Filosofia, Poesia

La trappola amletica del linguaggio

La tragedia dell’Amleto non si lascia comprendere. La sua ambiguità gioca sull’ambiguità del linguaggio, la stessa attraverso cui noi, proprio adesso, stiamo provando a rendere il non-concetto. L’evidente oscurità dell’opera ha stimolato il commento di illustri pensatori. Il succo del frutto amletico è stato cercato – ma invano trovato – una volta nel celebre “dubbio” (essere o non-essere, e questo non è il problema), un’altra nella decisione (o meglio, nell’indecisione), un’altra ancora nel meta-teatro del terzo atto (scena seconda), e così via. C’è chi in Amleto ha voluto vedere l’eroe romantico per eccellenza (Hegel, ma anche Kierkegaard), chi l’intima coscienza dell’uomo moderno, religiosa e scissa tra paganesimo e cristianesimo (Florenskij), chi, ancora, l’espressione più compiuta del dionisiaco (Nietzsche).

 

Pur tenendo conto della versione “classica” di Vittorio Gassman, questo estratto dell’Amleto (da Shakespeare a Laforgue) di Carmelo Bene è in linea con quella che ritengo essere la miglior lettura (non interpretazione) o degenerazione (il degenere teatrale, per citare una delle più geniali intuizioni di CB) della tragedia. Bene inserisce il detto di Gozzano (da La Signorina Felicita) all’interno del monologo, creando nuove ed inaudite possibilità:

Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista…
Ed io non voglio più essere io!

Non si è ancora meditato a sufficienza il verso con cui si chiude la tragedia di Amleto: il resto è silenzio (the rest is silence). Il problema, poi, è che la tragedia non si chiude affatto. L’Amleto compie l’incompiutezza (e testimonianza ne è che se ne continua a parlare…), delira i significati attraverso significanti che, se significano qualcosa, significano davvero durante L’Assassinio di Gonzago: metateatro, dunque realtà.

 

In quel gioco di rimandi, così misterioso, che è il teatro, l’attore che recita la recita è doppiamente folle, dunque sano. E non per una qualche (raziocinante) negazione della negazione, ma per il rimando al non-reale che esprime la datità della follia. In questo doppio livello meta-teatrale, Carl Schmitt (1956) ha letto l’essere storico dell’Amleto. Ciò confermerebbe, a detta del filosofo tedesco, la distanza tra artistico e reale:

Il “teatro nel teatro” del III atto dell’Amleto non solo non è uno sguardo dietro le quinte ma, al contrario, è lo spettacolo stesso, per una volta “davanti” alle quinte. Ciò presuppone la presenza di un fortissimo nucleo di realtà e di attualità. In caso contrario, infatti, il raddoppiamento renderebbe il gioco del dramma ancora più teatrale […], fino a diventare in conclusione una parodia di se stesso (G. Di Giacomo in “Paradigmi”, 2015).

Guido Gozzano.jpg

Guido Gozzano (1883-1916)

Una lettura come quella di Schmitt, però, rimane nello storico (nel senso unidirezionale), si limita cioè a cercare il senso (appunto). Citando la splendida apertura dell’articolo di Di Giacomo “Lettura dell’Amleto” (rivista citata), “quando il linguaggio viene meno il silenzio può essere più eloquente delle parole”. Ma a ben vedere, sono le stesse parole dell’Amleto – che, rivolgendosi a Orazio, gli ricorda che il senso non è “mera” filosofia, che tra cielo e terra accadono tante di quelle cose che solo la nostra ottusità può ignorare di ignorarle – a creare il nodo, a formare l’enigma anziché scioglierlo. Se Edipo riesce a risolvere l’enigma della Sfinge, insomma, Amleto (più o meno inconsapevolmente) è l’enigma stesso. Sciogliere l’enigma significa morire. Eccolo, il senso (inteso come direzione). Unica, identica per tutti. Quella che fa schiavo il Re, tanto per intenderci:

Dost thou think Alexander looked o’ this fashion i’th’ earth? – E’en so (Shakespeare, Hamlet, V, i, vv. 191-193).

Il resto è silenzio. Quale resto? Non solo l’altro del linguaggio – il simbolico – ma anche l’altro linguaggio – il mistico. Goethe sostiene che “quanto più inaccessibile è un’opera al raziocinio, tanto più è alta” (cit. in Paradigmi 1, 2015, p. 30, da Vygotskij, 1916, tr. it., p. 20). E Nietzsche, non a caso, parla di una conoscenza tragica: “ciò che è mistico è inesprimibile, ciò che è tragico non può essere verbalizzato” (Di Giacomo 2015, p. 30). Tutta la tragedia si orienta nell’inesprimibile, si illumina oscurandosi, si mostra nel nascondimento (è questa, forse, l’a-letheia?). Per Nietzsche l’uomo dionisiaco assomiglia ad Amleto perché “entrambi hanno gettato una volta uno sguardo vero sull’essenza delle cose, hanno conosciuto e provato nausea di fronte all’agire, giacché la loro azione non può mutare nulla nell’essenza eterna delle cose […]” (Nietzsche, 1872; trad. it., p. 55).

Radicalizziamo ancora (Nietzsche, maestro, ci perdonerà):

Pensiamo sempre che dietro ci sia qualcosa ma, a ben vedere, dietro non c’è nulla: la porta – come dice Kafka – è già aperta (Di Giacomo, art. cit., p. 29).


 

BIBLIOGRAFIA
Amleto, di William Shakespeare, Garzanti (Milano 2016)
Paradigmi: rivista di critica filosofica, n. 1 (Milano 2015), A. 33, Di Giacomo-Talarico (a cura di)
Amleto, di Pavel A. Florenskij, Bompiani (Milano 2004)
RINGRAZIAMENTI
Ringrazio il prof. Francesco Valerio Tommasi il quale, trattando in poche ma chiare ore di lezione (History of Metaphysics) l’Amleto di Shakespeare, ha saputo ispirare questa riflessione le cui mancanze, e i cui difetti, si devono esclusivamente all’autore dell’articolo.
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