Filosofia, Teologia

Credere l’incredibile (del linguaggio)

Pensare la trascendenza nell’orizzonte di un’immanenza è possibile, per noi, solo a partire da quest’ultima. Ciò non significa, però, né che la trascendenza, per chiamarci a sé, abbia bisogno di rimanere nei soli limiti dell’immanenza, né che a partire dall’immanenza, origine di ogni nostro pensato, si possa facilmente eluderne il vincolo vitale per guadagnarne una trascendenza (a quel punto) omicida. La storia dell’umanità, caratterizzata dal rapporto tra due polarità, che per ragioni di comodità chiamiamo immanenza trascendenza, rischia di cessare come tale nell’istante in cui questo rapporto, anziché essere risolto per una via (egoismo) o per l’altra (alterità), non viene più pensato nella sua ambiguità.

Ci troviamo forse nell’epoca in cui, lungi dal pensare integralmente l’una (probabile) o l’altra (assai improbabile) via, a regnare è la dimenticanza totale di questa questione fondamentale. L’esser fondamentale di questo interrogare non è un imperativo della ragione morale o moraleggiante (kantiana) né una richiesta legittima del filosofare, o del poetare. Le fondamenta di un tale interrogativo risiedono nella natura stessa del linguaggio, che mentre articola espone (a sé) e chiede (ad altri) ma non risponde. Uno dei grandi equivoci del nostro tempo si annida proprio nella sfumatura tetica dell’espressione. Ci si aspetta sempre la parola ultima. Il messaggio che sveli.

 

Da che dipende l’impossibilità di credere poiché si crede se non dall’ipocrisia di un linguaggio che scinde significante e significato, espressione e verità, soggetto e oggetto (con tutte le ambiguità, fuorvianti, che scaturiscono dall’uso analogico di queste coppie concettuali)? Il mondo, che vive oggi in uno sbadiglio, non ha bisogno della verità ma del Sogno. L’uomo non ha bisogno di credere la verità, ma di credere nel credere. Pensare il paradosso e l’ambiguità nella loro tensione è il compito finale del pensiero occidentale. Ma credere di risolvere il dilemma è giungere alla fine di esso, senza la garanzia di un dio che ci dica “risolto!” (il che equivarrebbe, appunto, a sciogliere il nodo). Come stare nella tensione? In attesa. Nello studio (nel senso latino dell’adoperarsi). Nella contemplazione (del nulla e del Nulla del nulla). Nel rischio che il pensiero sia poesia e il poetato, da ultimo, parola vana, vuota di significato. Nel rischio dell’arbitrio e della perdizione, quando anche della follia.

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