Filosofia, Poesia

Il viandante che ascolta l’essere

Solo chi è in grado di ascoltare può comprendere. Colui che ascolta, tace. E solo chi tace, infine, può «dire». L’assenza di «nomi sacri», per esprimerci col detto del poeta Hölderlin (1770-1843), è un’ineluttabile quanto luttuosa verità del postmoderno. Questa verità è tale non in virtù di un silenzio poetico, né tantomeno religioso, dell’uomo, bensì in virtù di un celarsi – nel senso del nascondimento – del dio all’uomo.

Il detto del poeta Hölderlin ha mietuto molti, e autorevoli, semi. Martin Heidegger (1889-1976) è colui che, meglio di altri, è stato in grado di comprendere questo detto, accogliendolo nell’ascolto. L’edizione italiana¹ che cura i più celebri commenti heideggeriani alla poesia di Hölderlin si apre, significativamente, con la poesia Heimkunft. An die Verwandten (“Arrivo a casa. Ai miei familiari”). Questa poesia si unisce intimamente alla precedente Der Wanderer (“Il viandante”), e con essa va pensata.

Le più recenti questioni politiche sulla tratta di esseri umani, unitamente alla dittatura ideologica della generazione Erasmus, per non sfociare nel vasto vuoto esistenziale della condivisione social, ci obbligano a ripensare l’essenza del viaggio. Noi non possiamo capire l’essenza del viaggio operando negativamente sull’odierna sua visione ma, esattamente al contrario, possiamo capire quale sia l’odierno sentimento del fenomeno «viaggio» solo ascoltando, positivamente, la parola originaria e profetica del poeta viandante (Hölderlin). Ascoltandola, noi comprendiamo immediatamente, come scossi da un fulmine divino, l’essenza negativa del viaggiare. Non che il viaggiare «sia male», ma, appunto, «positivamente negativo». Il non struttura l’essenza del viaggio proprio come il niente struttura l’essenza dell’essere². La poesia di Hölderlin Arrivo a casa si chiude infatti con una negazione («nicht»):

«Cure come questa, volente o no, nell’anima / deve portare, e spesso, un cantore, ma gli altri no»³.

L’appello che di qui lanciava Heidegger, però, non è mai stato colto in tutta la sua serietà: «Per quanto tempo ancora? Per quanto tempo ancora vogliamo ritenere che vi sia in primo luogo una natura in sé e un paesaggio per sé che poi verrebbero colorati in modo mitico sulla scorta di “poetiche esperienze vissute”?»⁴.

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Friedrich Hölderlin (1770-1843)

L’uomo moderno non è in grado di ascoltare perché è tutto preso, nella frenesia di un’esistenza bruta, dall’ultima e rumorosa novità. Heidegger spiega bene, in Sein und Zeit (1927), le determinazioni di un tale Dasein (strutturalmente inautentico). Ma sono anche due grandi fenomeni culturali, quali il Futurismo e il Rumorismo (o Bruitismo, dal francese bruitisme), sempre di inizio Novecento, a segnare, quasi a legittimare, si direbbe, l’accelerazione dis-umana dell’uomo tecnico, timoroso del poetico. Chi non chiamerebbe folle, come lo stesso Hölderlin, peraltro, si nomina⁵, chi oggi cantasse: «Ma più mi alletti tu, consacrata porta, / ad andare a casa, dove noti mi sono sentieri fiorenti»⁶. Il poeta conosce la propria follia. È la follia di chi gioisce, «è la gioia»⁷ stessa. Chi è in grado, oggi, di apprezzare ciò che è «noto»? La sola parola ci disgusta. Gettare nuovamente lo sguardo e la mente su ciò che è già stato visto, in una parola riflettere, è ciò che sovviene ai pensatori e ai custodi dell’essere. Non è un caso se i greci, dovendo coniugare al perfetto terzo, al piuccheperfetto terzo e al futuro anteriore il verbo ὁράω, «vedere», dettavano οἶδα, «sapere».
Ora, desideriamo chiederci: ha forse la velocità dell’ente più appropriato (nel senso di «adeguato» ma anche di «fatto proprio») accelerato la visibilità e la fruibilità dell’ente a scapito dell’essere o, piuttosto, l’oblio dell’essere, che ha nel poetico, quindi nel sacro, la propria dimora, ha condotto a sé, insieme a sé, cioè nel nascondimento, la calma contemplazione propria della quiete che sola permette all’ente, così com’è, di essere, semmai, «veloce»? In uno dei passi più geniali di tutta l’opera sua, Heidegger scrive:

«L’essere si sottrae in quanto si rivela nell’essente. Così l’essere si tiene presso di sé con la sua verità. Questo tenersi presso di sé è il modo più originario del suo rivelarsi. Il segno originario del suo tenersi presso di sé è l’ἀλήθεια. In quanto essaporta il non-nascondimento dell’essente, così fonda il nascondimento dell’essere»⁸.

E cioè: l’essere si è ritratto all’uomo con la visibilità, il rumore, la velocità e la prepotenza dell’ente. Lo stesso destino è poetato in Hölderlin: «Nah ist / Und schwer zu fassen der Gott. / Wo aber Gefahr ist, wächst / Das Rettende auch»⁹. Noi non possiamo dire cosa sia il «viaggiare» della generazione Erasmus non perché esso sia semplicemente un diverso modo d’intendere il viaggio, ma perché esso distoglie, obliandone la vista, lo sguardo originario del viandante che arriva a casa (e cioè che torna in patria), trascinandolo alla presenza sempre nuova e curiosa di una nuova mèta da dover “conquistare”. Ma come scrive Heidegger, commentando Arrivo a casa di Hölderlin, «può ritornare solo colui che prima e forse già per lungo tempo si è caricato sulle spalle il peso del viaggio»¹⁰.

 

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Martin Heidegger (1889-1976)

Chi è che torna in patria? Colui che è di casa. Chi è di casa? Chi ha una famiglia – e cioè chi ha una madrepatria. Noi tutti, il cui destino¹¹ ben prima della nostra venuta, granello temporale, ci aveva preceduti, abbiamo dei «padri». Noi, però, non li vediamo. Non siamo in grado di vedere. Chi viaggia, dunque? Chi non ha patria, o chi invece è della patria? Chi viaggia? Solo chi ritorna. Chi ritorna? Solo chi è gioioso, poiché vicino alla patria, cioè all’origine. La patria è «il luogo della vicinanza al focolare e all’origine. […] Nella vicinanza all’origine si fonda il rapporto di vicinato con ciò che è più gioioso. […] L’arrivo a casa è il ritorno nella vicinanza all’origine»¹². Solo chi è figlio d’una patria, e in quanto tale custode d’una tradizione, ha qualcosa da ri-portare in patria. Difatti, cos’è la tradizione se non la consegna (dal lat. tradĕre, «consegnare») di ciò che è custodito? Chi è che riporta notizie dal viaggio? Colui che ha osservato, colui che si è soffermato. È dallo Hölderlin di Der Wanderer che, infine, ci si rivela quest’aspetto essenzialmente quieto e insieme ansioso del viandante, che è vi-andante perché pronto a ritornare: «Ewige Götter! […] Ausgegangen von euch, mit euch auch bin ich gewandert, / Euch, ihr Freudigen, euch bring’ ich erfahrner zurük»¹³.

 

Qual è, allora, l’essenza del viaggio? È il non. Cioè, è il tornare. Torna solo chi è partito ma parte, cioè viaggia, solo colui che già per lungo tempo si è caricato sulle spalle il peso del viaggio. Qual è il peso di questo viaggiare? Noi lo abbiamo dimenticato, al punto che ormai chi viaggia avverte solo di «poter staccare per un po’». Ma il viaggio non è gioia se non, insieme, lutto. Chi viaggia è in lutto. Ma cos’è il lutto? Dal crepuscolo, pensa Heidegger: «Il lutto stesso non scaturisce se non da “antiche gioie”»¹⁴. Dall’aurora, poeta Hölderlin: «Molti tentarono invano di dire gioiosamente il più gioioso, / qui finalmente esso mi parla, parlando nel lutto»¹⁵.


NOTE

1. M. HEIDEGGER, La poesia di Hölderlin, ed. Adelphi, Milano 1988, trad. it. di L. AMOROSO.

2. È questa la grande intuizione heideggeriana, a partire sia dai corsi su Nietzsche ma anche, più indietro, dal testo del 1929 Was ist Metaphysik? Cfr. M. HEIDEGGER, Che cos’è la Metafisica?, ed. La Nuova Italia, Firenze 1953, trad. it. di A. CARLINI, pp. 22-23: «Nella chiara notte del niente dell’angoscia spunta la originaria rivelazione dell’essente come tale: che è essente, cioè – e non niente. Questa aggiunta “e non niente” non è affatto un chiarimento aggiunto dopo al discorso, ma è, anzi, il precedente che rende possibile la rivelazione dell’essente in generale. L’essenza dell’originario niente nientificante è qui: esso porta l’essere esistenziale originariamente innanzi all’essente come tale».

3. F. HÖLDERLIN, Heimkunft. An die Verwandten: «Sorgen, wie diese, muss, gern oder nicht, in der Seele / Trager ein Sänger und oft, aber die anderen nicht». La traduzione che abbiamo riportato si legge in M. HEIDEGGER, La poesia di Hölderlin, p. 15.

4. M. HEIDEGGER, La poesia di Hölderlin, pp. 25-26.

5. F. HÖLDERLIN, Heimkunft. An die Verwandten: «Thörig red ich», «Da folle io parlo», trad. it. in M. HEIDEGGER, La poesia di Hölderlin, p. 13.

6. F. HÖLDERLIN, Heimkunft. An die Verwandten: «Aber reizender mir bist du, geweihete Pforte! / Heimzugehn, wo bekannt blühende Wege mir sind», trad. it. in M. HEIDEGGER, La poesia di Hölderlin, p. 13.

7. F. HÖLDERLIN, Heimkunft. An die Verwandten: «Es ist die Freude», trad. it. in M. HEIDEGGER, La poesia di Hölderlin, p. 13.

8. M. HEIDEGGER, Holzwege, 1950, 311, cit. e trad. da G. VATTIMO, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, ed. di Filosofia, Torino 1963, p. 10.

9. Dall’inno Patmos: «Vicino / e difficile da cogliere è il Dio. / Ma dove è il pericolo, cresce / anche ciò che salva».

10. M. HEIDEGGER, La poesia di Hölderlin, p. 28 (corsivo nostro).

11. Per capire il senso profondo del destino così inteso, è necessario guardare all’etimo tedesco della parola («Geschick»), la cui radice è la stessa di storia («Geschichte»).

12. M. HEIDEGGER, La poesia di Hölderlin, p. 28.

13. Dalla poesia Der Wanderer: «O dèi eterni! […] Partito con voi, è con voi che ho viaggiato, / Voi, gioiosi, porto indietro più esperto».

14. M. HEIDEGGER, La poesia di Hölderlin, p. 23.

15. M. HEIDEGGER, La poesia di Hölderlin, p. 31, dalla poesia di Hölderlin Sophokles: «Viele versuchten umsonst, das Freudigste freudig zu sagen, / Hier spricht endlich es mir, hier in der Trauer sich aus».


NOTA DELL’AUTORE

Questo testo appare in formato .pdf nell’archivio Academia.edu dell’autore.

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